Implicazioni antropologiche
come deve essere concepito l'uomo, per la fede
Table of Contents
Francesco Bertoldi
l'esistenza dell'anima
di sola materia ci appagheremmo
La presenza nell'uomo di un principio spirituale immortale, che lo colloca un gradino al di sopra degli animali, è una tesi costantemente sostenuta dalla stragrande maggioranza dei filosofi di ispirazione cristiana.
una negazione (“cristiana”) dell'anima
il caso del prof. Enrico Berti
sarebbe aderire a una concezione dualista
C'è però qualche eccezione, che rende non inutile sostare su questo punto. Recentemente Enrico Berti, filosofo cattolico di indirizzo aristotelico, ha sostenuto che è solo per fede che possiamo sapere di avere un destino immortale; se invece ci fermassimo a quanto la sola ragione può dire, non saremmo così sicuri di sopravvivere alla morte. Berti ha sostenuto che parlare di anima come principio spirituale immortale sarebbe aderire a una concezione dualista, di tipo platonico, in contrasto, a suo dire, non solo con la antropologia “unitaria” di Aristotele, ma anche con lo stesso linguaggio biblico. Per non parlare poi della mentalità contemporanea, che vede il concetto, e la stessa parola, di “anima” come fumo negli occhi.
Che cosa sostiene, in positivo, Berti?
clicca qui, per leggerne una sintesi
(...) spero di non scandalizzare nessuno se avanzo l’ipotesi che oggi, nel linguaggio della scienza e della filosofia contemporanea, l’anima possa essere identificata con la formula del DNA o, meglio, con la struttura del genoma proprio di ciascuna specie di esseri viventi e, a quanto pare, persino di ciascun individuo. (...)
Anche l’uomo, come tutti gli organismi viventi, ha un suo genoma, composto da circa 30.000 geni, di cui nell’anno 2000 è stato ricostruito il sequenziamento (...). risulta che esso è simile per più del 98% a quello dello scimpanzè (...). Grazie al suo meno di 2% di differenza dallo scimpanzè l’uomo, infatti, parla, legge, scrive e svolge tutte le altre attività che consideriamo tipicamente umane (...)
Se (...) il genoma del nascituro è formato per metà da cromosomi, e quindi da geni, provenienti dal padre, e per metà da cromosomi e geni provenienti dalla madre, esso sarà al tempo stesso generato da entrambi i genitori, e tuttavia del tutto nuovo e imprevedibile rispetto ai genomi di quelli, perché nuova e imprevedibile è la combinazione di tali genomi, la quale varia anche per ciascun figlio della stessa coppia. Chi non è credente può pensare che tale novità, con l’identità personale che essa comporta, sia dovuta semplicemente al caso, mentre chi è credente può pensare che sia voluta da Dio, e quindi in questo senso l’anima del nascituro è creata da Dio. Inoltre chi è credente può pensare che tale identità personale, in quanto voluta da Dio ed a lui nota, non si dissolva con la morte, ma si conservi nella mente divina sino al momento di dare vita ad un corpo non più corruttibile, mediante la cosiddetta risurrezione.»
da “Che cos’è l’anima?”, in Bollettino della Società Filosofica Italiana,
n. s. 192, settembre-dicembre 2007, pp. 5-16
ma per il Magistero l’anima esiste
è presente in ogni uomo»
Tuttavia, come lo stesso Berti ben sa, il Magistero della Chiesa non la pensa così, se ancora in tempi recenti è arrivato a dichiararsi insoddisfatto di qualcosa di molto più timido e prudente della sua tesi di identificazione dell'anima col genoma, come una formulazione del Catechismo olandese, rea non di negare l'anima, ma semplicemente di non affermarne esplicitamente e univocamente l'esistenza.
Anche l'ultimo Catechismo ufficiale della Chiesa (1992) è netto ed esplicito:
[1702] L'immagine divina è presente in ogni uomo. (...).
[1703] Dotata di "un'anima spirituale ed immortale", [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et Spes, 14] la persona umana è in terra "la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa" [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et Spes, 14]. (...)
parte III, sez. I, cap. 1
Ancora più esplicito è il Compendio del Catechismo sopra citato:
«L'anima spirituale non viene dai genitori, ma è creata direttamente da Dio, ed è immortale. Separandosi dal corpo al momento della morte, essa non perisce; si unirà nuovamente al corpo nel momento della risurrezione finale.»
«La dignità della persona umana si radica nella creazione ad immagine e somiglianza di Dio. Dotata di un'anima spirituale e immortale, d'intelligenza e di libera volontà la persona umana è ordinata a Dio e chiamata, con la sua anima e il suo corpo, alla beatitudine eterna.»
risposta alla domanda 70 e § 358
perché l’anima deve essere affermata
Chiediamoci ora perché il Magistero ritenga necessario ammettere nell'uomo un'anima immortale: potrebbe infatti sembrare sufficiente affermare che alla resurrezione dei corpi, nell'ultimo giorno, Dio farà il miracolo di risuscitare degli esseri umani puramente materiali.
il culto dei santi
Si possono portare al riguardo diverse motivazioni. Una è che se fosse così, se tra la morte della singola persona e il Giorno del Giudizio fosse totalmente annullata qualsiasi realtà di quella persona, diventerebbe assurdo il culto dei santi. Non avrebbe senso pregare i Santi, dato che non ne resterebbe più nulla (di ontologico, fino alla resurrezione finale dei corpi).
il desiderio di infinito
Inoltre, se l'uomo fosse solo il suo corpo, non si spiegherebbero non solo fenomeni già razionalmente conoscibili, come la inquietudine di cui parlava Sant'Agostino, o la insoddisfazione per ogni meta finita, che anche Leopardi, al pari di tantissimi altri, sosteneva essere inevitabilmente presente in noi. Se infatti fossimo solo materia, infatti, di sola materia ci appagheremmo. Ma questo, ripetiamolo, è una affermazione ancora filosofica.
A ciò si aggiunge che, teologicamente, non si spiegherebbe nemmeno per quale ragione l'uomo dovrebbe aderire a Cristo, Uomo-Dio che non si limita a riparare le nostre “malattie” materiali, ma ci rende partecipi della Sua divino-umanità, ci divinizza, ci infinitizza.
Se fossimo solo materia dovremmo fare come i nove lebbrosi, paghi di essere stati restaurati nella loro integrità fisica. Ma che senso avrebbe la gratitudine del decimo lebbroso, che aveva evidentemente colto in Cristo qualcosa di più, qualcosa che andava ben oltre un mero benessere materiale (sul tema dei dieci lebbrosi si trovano interessanti sottolineature in Julian Carrón).
la vera unitarietà dell'uomo
altra risposta alla tesi di Berti
perché lo avrebbe dovuto creare come un verme?
Berti sostiene che pensare all'anima significa affermare un dualismo (anima/corpo): ma è vero piuttos che è lui a vedere un dualismo dove esso non c'è, e a non vederlo invece dove c'è, perché creato dalla sua tesi.
Non c'è dualismo nel senso di contrapposizione tra anima e corpo nei filosofi cristiani che affermano l'esistenza dell'anima, semmai c'è mistero, una unità misteriosa. Ma “mistero”, o paradosso, o tensione polare, non equivale a contraddizione.
Molto peggio è ridurre l'uomo ad animale, e immaginare che Dio faccia, solo dopo averlo creato, quasi pentendosi dell'errore fatto, il miracolo di trasformarlo da animale in divino. Questo sembra implicare un reale dualismo tra una natura animale, inspiegabilmente elevata poi agli onori della partecipazione alla vita divina. Come argomentava Henri de Lubac se Dio ha creato l'uomo destinandolo a diventare partecipe della Sua vita, perché lo avrebbe dovuto creare come un verme, senza una intima capacità di tendere verso tale, elevatissima meta?
Molto più ragionevole è allora affermare quello che il Magistero richiama e XX secoli di pensiero cristiano affermano: che in noi c'è un principio spirituale immortale.
L’unità di anima e corpo
non siamo anime incarcerate in un corpo
perché moltissimi dei miracoli operati da (...) Cristo sarebbero (...)
delle guarigioni da malattie del corpo?
Se l’anima non può che essere il livello, il fattore fondamentale dell’uomo, in una concezione cristiana, non è meno vero che noi no siamo pure anime, né siamo anime “incarcerate nel corpo”, come pensava un certo pensiero greco (Pitagora, Platone), e come ha pensato, ben più colpevolmente, molto pensiero gnostico, tra cui le varianti pseudo-cristiane del manicheismo.
Se il corpo fosse un peso, o un carcere, perché moltissimi dei miracoli operati da Gesù Cristo sarebbero proprio delle guarigioni da malattie del corpo? Egli guariva, infatti, ciechi, paralitici, storpi e affetti da svariate malattie.
Ancora, se il corpo fosse un carcere perché sarebbe un dogma la “resurrezione della carne”? In tal caso infatti, la morte sarebbe la liberazione da questo carcere, e la vita eterna dovrebbe essere la vita del puro spirito, finalmente libero dal corpo.
È vero che in certi periodi la spiritualità cristiana è stata troppo imbevuta di accenti platonici, col rischio di considerare la corporeità come il “pericolo numero uno”, ma fin dal Medioevo la Chiesa ha promosse attività assistenziali e caritative, come gli ospedali, per alleviare le sofferenze del corpo. E lo stesso Medioevo ha sviluppato invenzioni per migliorare la condizione materiale della vita umana.
l'equilibrio tra conoscenza e affettività
e si può davvero conoscere solo ciò che si ama
La fede implica che non ci sia disprezzo né per la conoscenza (inclusa la conoscenza razionale), né per la affettività, il desiderio.
Pur con varie sfumature e sottolineature il pensiero cristiano è concorde nel dire che si può davvero amare solo ciò che si conosce e si può davvero conoscere solo ciò che si ama.
Da una parte infatti la fede non pensa al Suo Oggetto come creato dal desiderio (come ipotizzava Feuerbach): si aderisce a qualcosa di reale, che è anzitutto conosciuto.
Dall'altra il riconoscimento della Presenza (del divino nell'umano, del divino presente in quell'Uomo, Gesù Cristo e in qualche modo anche nei suoi, la Chiesa, che ne prolunga la presenza) non può avvenire senza che uno sia affettivamente “ben disposto”, cioè sia semplice di cuore, abbia un “cuore buono”, nel senso anzitutto e soprattutto di leale con sé stesso. Non si dica cioè felice se non lo è, tranquillo se non lo è: il fattore affettivo ci guida infatti al pieno e certo riconoscimento del Vero.
Quindi né intellettualismo (affermazione esclusiva della conoscenza) né volontarismo (affermazione esclusiva dell'affettività, della volontà) sono compatibili con la fede.
il libero arbitrio
«Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria (...)
separerà gli uni dagli altri,
come il pastore separa le pecore dalle capre»
Mt, 25, 31-2
«Se così fosse, in voi fora distrutto
libero arbitrio, e non fora giustizia
per ben letizia, e per male aver lutto»
Dante, Divina Commedia, Purgatorio, canto XVI.
tra l’aderire a Cristo, il Bene, e l’optare per il male
C'è poi, legata a quanto finora detto, un'altra importante tesi filosofica ad essere richiesta dalla fede: l'esistenza in noi del “libero arbitrio”, della libertà del volere, della libertà di scelta, di quella che la Scolastica chiamava la libertas minor.
Se l'uomo non fosse libero, infatti, non avrebbe senso il Cristianesimo, che si propone alla libertà umana, né avrebbero senso le due grandi alternative che per la fede ci attendono dopo la morte: il Paradiso e l’Inferno. Se non fossimo liberi, Dio, il Mistero creatore non sarebbe giusto a “mandare” alcuni all’Inferno e altri in Paradiso. Come diceva Dante «non fora giustizia / per ben letizia, e per male aver lutto»
Essenziale invece è, per le fede, che la vita sia una continua libera scelta tra l’aderire a Cristo, il Bene, e l’optare per il male, il diavolo.
In Cristo, Dio chiede a ognuno di noi: “ci stai?” “vuoi essere con Me? O preferisci il diavolo?”
Senza questa scelta libera crolla pressoché tutto del senso cristiano della vita e della realtà, quello che faceva ad esempio parlare Giovanni Paolo II della vita come di una “prova”.
Quindi il determinismo, che nega la libertà di scelta, è una tesi filosofica incompatibile con la fede.
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